Nota su Giorgio Agamben, Categorie italiane. Studi di poetica e di letteratura

Si sarebbe tentati di sostenere che Categorie italiane. Studi di poetica e di letteratura (pubblicato nel 2010 da Laterza con una postfazione di Andrea Cortellessa) sia una testimonianza autobiografica – un’autobiografia intellettuale, beninteso.[1] Del resto, una diade autobiografia / teoria potrebbe appartenere alle polarità che sono care al filosofo, e di cui si sostanzia il volume in questione (ripresa con numerose aggiunte di un’edizione del ’96).

Agamben ricorda che alle origini la raccolta si collegava a un antico progetto di rivista: “Si trattava di identificare, attraverso una serie di concetti polarmente coniugati, nulla di meno che le strutture categoriali della cultura italiana” (p. VII). Tuttavia, se i testi presi in esame sono italiani (con significative scorribande provenzali), gli esiti non sono legati a una caratterizzazione nazionale. È in questione un vero abbozzo di teoria generale della letteratura.

Va subito sottolineata la fedeltà di Agamben a sé stesso, giacché le argomentazioni del volume si pongono in continuità con le posizioni altri testi come Il linguaggio e la morte.[2] L’idea di letteratura presupposta potrebbe definirsi come la ricorrenza d’un dire, formalizzato in un testo, che esibisce una propria inusabilità, o una inusabilità della lingua in cui apparentemente è redatto, o addirittura una sparizione di quella lingua, costringendo il destinatore del testo a ripercorrerla, improvvisarvi sopra (rigettandola e costringendola ad Aufhebung), reinventarla del tutto.

È questa una possibile descrizione della descrizione che Agamben ci propone della filosofia poetante ovvero della poesia pensante? In ogni caso, si intende che la nozione di letteratura a cui si fa appello appare attorcigliata alla nozione di avanguardia come un delfino attorno all’ancora, festina lente. Del resto, si sarà compreso il riferimento appena accennato: l’uso dell’inusabile è infatti tratto essenziale del Baudelaire folgorante ed esemplare delineato in filigrana in Stanze. La parola e il fantasma nella letteratura occidentale.[3] (E non è certo un caso se in seguito quel Baudelaire verrà curiosamente fatto reagire contro Benjamin da Baudrillard, in Le strategie fatali).[4]

Uso dell’inusabile; lingua naturale verso (ovvero anche contro, beninteso) lingua letteraria; poesia trobadorica come “madre” e come “sempre veniente” della letteratura occidentale: i saggi riuniti in questo libro si appellano continuamente alle immagini dialettiche contemplate appunto in Stanze.

Tuttavia, già il riferimento alla “rivista senza nome” immaginata con Calvino e Rugafiori segnala che qui c’è un più esplicito riferimento alla “scienza senza nome” (ma che di certo avrebbe un nome riferito alla stanza dell’uomo nella storia, nell’istante e nell’esperienza, come “scienza generale dell’umano”) che in fondo si articolava come presupposto implicito dell’altro libro degli anni ’70, Infanzia e storia.[5]

Emerge così un’“idea della poesia” nella quale l’esperienza tipicamente poetica è un’idea di esperienza sempre nuova a partire da un’esperienza sempre-già-data e però inattingibile, ovvero il linguaggio. L’“agio” fra semiotico e semantico (che in Infanzia e Storia agiva come presupposto dell’ipotesi in apparenza ossimorica di una filologia identica alla poesia) si manifesta nelle forme concretamente individualizzate d’un linguaggio pensato come fornito d’una schiacciante superiorità su ogni concretizzazione operata dal Singolo, e che allo stesso tempo si esibisce in una sua specifica insufficienza e appunto inusabilità.

Esemplare il vertiginoso sprofondamento filologico/filosofico nell’alone semantico/semiotico del corn di Arnaut Daniel. Il corn qui svolge una funzione simile ma ben diversa da quella in atto nella figura della zoppia in Levi-Strauss, ovvero di una imperfezione che struttura una perfettibilità – qui asintotica e simultaneamente immediata, in “arresto” dialettico. Si ricordi quanto Agamben ha scritto altrove: “La teoria benjaminiana non contempla né essenze né oggetti, ma immagini. Decisivo è, però, per Benjamin, che queste si definiscano attraverso un movimento dialettico che viene colto nell’atto del suo arresto (Stillstand)”; e subito dopo Agamben ricorda che per Benjamin Stillstand significa anche stallo, “soglia fra l’immobilità e il movimento”.[6]

Abbiamo scritto “idea della poesia”; e in effetti un senhal essenziale di questa raccolta di saggi è la prevalenza del “dettato della poesia” e però della contiguità e dell’opposizione fra “il vissuto e il poetato, tra il libro della memoria […] e il libello, in cui il poeta trascrive ciò che il lettore leggerà” (p. 80). Non a caso i saggi raccolti in Categorie italiane raramente tematizzano prosa. Se lo fanno, ne indicano un Altrove, ovvero un loro non-luogo poetico. È il caso della Hypnerotomachia Poliphili, indicata come manifestazione eminente della costante bilinguistica della letteratura italiana: il sogno dell’amante di Polia è “il sogno della vecchia – il sogno della lingua” (p. 60). “Sogno” che richiede un suo specifico modularsi secondo movenze extralinguistiche, nell’agio fra parola e immagine. E l’araldica torna poi nella conflittualità barocca della prosa di Manganelli, giuridico-emblematica, in “quella che il Manganelli estremo chiamerà, con uno scherzo terribilmente serio, ‘pseudonimia al quadrato’. Non solo qui, secondo il monito rimbaldiano e keatsiano, io è un altro, ma quest’altro pretende di non essere altro, di identificarsi con io, cosa che io non può che negare” (p. 110).

In questo contesto appaiono specificamente rilevati due temi inusuali. Da un lato, la sottolineatura dell’elemento orfico, in apparenza eterogeneo rispetto alla sostanziale “razionalità media” che un’antica tradizione interpretativa fissa come tratto caratterizzante la letteratura degli italiani. (Dato il contesto discorsivo qui delineato, si sarebbe tentati di collegare quell’orfismo a qualcosa come la nozione di pathosformel in Warburg). In secondo luogo, appare potentemente chiarificatrice l’alternativa fra inno ed elegia, che d’altra parte risulta intuitivamente suscettibile d’un riferimento anche a questioni extraletterarie – ad esempio: quanta produzione artistica, dal Pop ad oggi, andrebbe ascritta alla tipologia “inno”?

Infine, è forse “dettato della poesia” il movimento “parodistico” della narrativa di Elsa Morante? E in cosa consiste allora, tale prosa internamente scissa in poesia cioè possibile impossibilità, usabile inusabilità? L’impresa in cui si mostra l’Aperto di una risposta è nel rinvio al conflitto creaturale fra umano e animale, fra perdita o distruzione dell’Eden, fra colpa e innocenza. E la fine concettuale del libro ritorna allora al suo inizio, alla decisione di Dante di chiamare Commedia qualcosa di tragico, nella “vergogna” fra colpa e innocenza: “quello che era per i padri della Chiesa il segno della colpevolezza naturale della creatura, di cui l’eroe tragico non poteva venire a capo, diventa qui, attraverso l’umiliazione penitenziale, lo strumento della riconciliazione fra la colpa personale dell’uomo e la sua innocenza creaturale” (p. 20).

[Testo del 2010, proposto finora solo su academia.edu. La fotografia di Rosalba Nifosì riprende un momento della presentazione di Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi (nottetempo, 2015), il 13 Settembre 2016 nell’ambito del Croce e delizie Festival curato da Nunzio Massimo Nifosì (Convento di Santa Maria della Croce, Scicli). L’incontro con Agamben venne organizzato in collaborazione col Movimento Culturale Vitaliano Brancati di Scicli]


[1] [Nota del 2019: Qualche riferimento autobiografico appare di quando in quando nella produzione del filosofo. In particolare, in due testi successivi a quello di cui si fa cenno qui: in modo obliquo, per così dire, in Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi, nottetempo, 2015; esplicitamente in Autoritratto nello studio, nottetempo, 2017].

[2] Cfr. Giorgio Agamben, Il linguaggio e la morte. Un seminario sul luogo della negatività, Einaudi, Torino 1982 (ristampato nel 2008).Fra gli altri, Id., Lingua e storia. Categorie linguistiche e categorie storiche nel pensiero di Benjamin, in Lucio Belloi – Lorenzina Lotti a c., Walter Benjamin. Tempo storia linguaggio, atti del convegno di Modena dell’aprile 1982, Editori Riuniti, Roma 1983; Id., La cosa stessa, in Di-segno, a c. di Gianfranco Dalmasso, Jaca Book, Milano 1984.

[3] [Nota del 2019: A tal proposito, non si può non ricordare Walter Benjamin, Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato, a cura di Giorgio Agamben – Barbara Chitussi – Clemens-Carl Härle, Neri Pozza, Vicenza 2012].

[4] Jean Baudrillard, Le strategie fatali [1983], Feltrinelli, Milano 1984.

[5] Giorgio Agamben, Infanzia e storia. Distruzione dell’esperienza e origine della storia, Einaudi, Torino 1978.

[6] Id., Ninfe, Bollati Boringhieri, Torino 2007, p. 28.