“Sto pensando di finirla qui”, di Charlie Kaufman

12 Settembre 2020 0 Di Giuseppe Frazzetto

È molto difficile parlare di Sto pensando di finirla qui (I’m Thinking of Ending Things), il nuovo film scritto e diretto da Charlie Kaufman (visibile su Netflix) senza svelare il nocciolo della trama. Non ci azzarderemo a proporre rivelazioni, sebbene molto sia detto dal film, splendido, fin dall’inizio. Accade così, del resto, anche in un film che con ITOET (acronimo di I’m Thinking of Ending Things, ovviamente) ha non poco in comune, cioè Mulholland Drive di David Lynch. Mulholland Drive mostra che “le macchine ne sanno più di noi” – in quel caso, come in questo, la “macchina” è il film stesso: Lynch e Kaufman seminano indizi; ma come mai non comprendiamo che è in questione la realtà? Come mai non lo comprendiamo subito?

Anche in ITOET è “in questione la realtà”, ma in un senso molto diverso da quello di Mulholland Drive. Certo, ITOET è strapieno di “scatole blu”, ovvero di snodi narrativi che del resto rinviano ad almeno due tematiche oggi ricorrenti se non addirittura ossessive (la fine, richiamata già dal titolo; lo “strano”, weird, protagonista indiscusso della saggistica apparsa in questi mesi). Ma quelle “scatole blu” sono per così dire neutralizzate da un metodo così evidente da risultare infine invisibile.

Infatti, ITOET attua sistematicamente la dinamica più caratteristica dell’arte contemporanea, ovvero la logica del montaggio di frammenti. È una “macchina”, assemblata mediante pezzi reperiti negli ambiti più vari: dal musical all’horror, accumulando poi citazioni su citazioni colte (fra gli altri, da Guy Debord e David Foster Wallace), diramazioni narrative e variazioni di tono.

Il punto in questione (o, almeno, uno dei punti in questione), è esplicitamente dichiarato in una battuta pronunciata pochi minuti dopo l’inizio del film: “Vedo troppi film. Mi riempio la testa di bugie per far passare il tempo” (traduzione non letterale).

Strabiliante sintesi, qui, quella fra il “tempo” e le bugie delle culture pop. Ma l’intento di Kaufman non è certo quello d’affermare che i saperi della cultura accademica e/o “alternativa” dicano la verità, beninteso. Del resto, tutto viene triturato nella “roda viva” (ne parlava la vecchia canzone di Chico Buarque), il tritatutto della chiacchiera: ad esempio, che David Foster Wallace si sia suicidato “lo sanno tutti”, dice ITOET, lo sanno anche coloro che non hanno letto nemmeno una sua riga e non hanno idea di quali siano le cose “che non farà ma più”.

L’accumulo di situazioni divergenti e di ossimori narrativi rende il film meraviglioso, per alcuni. Per altri, di sicuro, insopportabile. È l’ennesima “scatola blu”: odierete quanto viene narrato, nel suo evidente enigma, oppure amerete incondizionatamente quell’evidenza e quell’enigma – nonché il destino, futuro o passato, di chi ne è protagonista.