Giuseppe Condorelli, Un ricordo di Giuseppe Mazzone

28 Agosto 2020 0 Di Giuseppe Frazzetto

Dormivamo ai confini dello stagno
ben protetti dalle paludi
tutto per colpa di una corda spezzata.
Si stava bene in quello stagno
nel culo del mondo
in compagnia dei grilli,
dei liquami di fogna,
delle rose selvatiche.
Ci tuffammo in quell’ampolla
per salvare i nostri stracci
dalle grinfie degli sbirri e dei vicini
Ci restammo giorno e notte.
Cani e gatti randagi ci nutrirono
coi migliori resti degli avanzi.
Mai mangiato così bene.

(Giuseppe Mazzone)

L’ascensore che arrancava fino al quinto piano del palazzo di Corso Italia, un parallelepipedo di cemento sporco, schiudeva poi le sue porte su una dimensione alternativa, in bilico tra un racconto kafkiano e un cabaret impressionista, capace di alternare la quiete illusoria del Regno silenzioso di una divinità oscura e terribile (solo il ticchettio vellutato dai tasti di un pc) al mercato di una metropoli in cui si affastellano, urla, imprecazioni e sghignazzate. Era la redazione de “Il Giornale di Sicilia”. L’impero invitto (ci illudemmo per decenni felici, in effetti) perfettamente disordinato, su cui Giuseppe Mazzone esercitava, arcigno e scontroso, il suo incontrastato dominio in “quello stagno nel culo del mondo”. In questo luogo ariostesco conobbi – grazie alla intercessione di Rosamaria Di Natale – il Grande Maz (come lo chiamavo io). Ora, se c’è stato in quegli anni memorabili qualcuno che ha fatto giornalismo culturale a Catania, quello – non me ne voglia nessuno – è stato il Grande Maz. E non mi riferisco solo ai grandi eventi, alle prime, alle presentazioni, ai concerti, ma a tutte le attività (che gli altri, anche gli altri giornali, definivano) underground, soprattutto teatrali, che non si filava nessuno. Che lui conosceva benissimo e giudicava con sentenze alterne e definitive: terribili o meravigliose. Almeno di questo è doveroso darne atto: la narrazione della storia culturale di Catania senza Giuseppe Mazzone sarebbe stata diversa. Il Grande Maz mi ha insegnato uno scetticismo duro, roccioso e mordace (che in lui sembrava addirittura un sentenzioso riecheggiamento dell’Ecclesiaste) e lo impacchettava dell’ironia irriverente dei suoi tanti improbabili e gustosi sillogismi: “Meglio niente. Il Niente non è mai meglio. Il Meglio è Niente”. Oppure: “La paccottiglia è Arte; La paccottiglia è paccottiglia: L’Arte è paccottiglia” e dalle meditabonde digressioni filosofiche anche, mi permetto, autoreferenziali allorquando aveva scritto – in tempi più bui – che “Il dimenticatoio collettivo s’è oramai impadronito di questi tempi di fine secolo, dove il Fine secolo sta semplicemente per data da annotare e di cui prendere atto.”
Maz, sei stato un maestro-amico e un poeta ventoso. Prima o poi, ci incontreremo lungo la via dei destini sparsi. E parleremo ancora dei nostri piccoli, innominabili e stupidi segreti.