Malinconia di gloria: Nuvole sul Grattacielo [Seconda parte]

23 Agosto 2020 1 Di Giuseppe Frazzetto
Lina Gandolfo, Dublino

3. Le nuvole non sono “oggetti” qualsiasi. Anzi, la loro “vaghezza” formale e dimensionale ha suscitato innumerevoli riflessioni, molte delle quali connesse alla “teoria” della pittura, come testimoniato dal saggio influentissimo di Hubert Damisch[i].

Ora, il sintagma Nuvole sul Grattacielo fa cenno alla situazione odierna, in cui la pittura è stata per così dire retrocessa. Calunniata dalle mille occorrenze della sua condanna come “medium obsoleto”. Solo che la pittura non è un medium “qualsiasi”, bensì necessario, stante il suo posto di rilievo nell’ominazione. (Non ci dilungheremo sulla questione; basterà qui ricordare che “La pittura, unica in questo tra le attività umane, muove direttamente dalla preistoria. Come tale, precede il documento scritto essendone forse anche, in qualche modo, l’ambito di gestazione. Nel corso dei millenni e dei secoli le immagini nate dalla pittura hanno scandito i mutamenti delle forme dell’apparire delle civiltà e ne hanno nel contempo restituito le invarianze: sono esempi tratti dalla pittura a dare il senso del passato, tanto immemoriale che storico, ad intrecciare in un unico plesso permanenza ed impermanenza, tradizione e rottura, tempo e spazio”)[ii].

La singola pittura è l’esito storicamente determinato d’un intento, e simultaneamente testimonia la complessione psicofisica di chi dipinge, e simultaneamente è implicazione insondabile d’un che di estraneo (di certo perché fin troppo intimo) al soggettivarsi di chi dipinge e all’oggettivarsi di quell’intento…

Non diremo altro. Non parliamo di pittura, bensì di Nuvole sul Grattacielo. Certo, anche in esse si espone “l’apparire delle civiltà e nel contempo se ne restituiscono le invarianze”. Tuttavia quelle “invarianze”, vale a dire proprio le nuvole, sono simultaneamente manifestazione di qualcosa di lontanissimo da noi sebbene vicinissimo (di solito diciamo: “sono fenomeni naturali”, come se la definizione potesse in qualche modo attutire l’enigma a cui si riferisce), e di qualcosa d’assolutamente effimero, incerto, ondeggiante.

In L’uomo senza qualità, Robert Musil si chiedeva se il cammino della Storia sia simile alla traiettoria di una palla da biliardo, che una volta lanciata, giunge implacabilmente alla propria destinazione, oppure all’imprevedibile percorso mutevole di una nuvola, apparentemente privo d’un esito destinato. Ai nostri giorni, giustamente ossessionati dall’imprevedibilità specifica di un eccesso di determinazioni (la chiamiamo: complessità), la risposta sembrerebbe indubbia: la Storia si divincola e si contorce, il suo cammino appare simile a quello di una nuvola scura e triste. Oppure, suppone qualcuno, non c’è Storia, ci sono solo storie.

Ma le Nuvole sul Grattacielo? L’effimero, reso ancora più effimero dall’alterazione della scala temporale permessa dalla tecnologia (del resto, di norma le nuvole vengono visualizzate mediante un’accelerazione talvolta forsennata) è in qualche modo eternato dalla ripetibilità del video. Si tratta di un effimero “naturale”, ricordiamolo, le nuvole. Ma non vediamo le nuvole: vediamo le Nuvole sul Grattacielo. Vediamo il riflesso (tuttavia ci asterremo dal citare il mito della caverna) delle nuvole su una superficie specchiante altamente tecnologica, che anzi unifica varie tecnologie (utilizzo del cemento armato, trattamento dei materiali esterni, e così via); del resto, non le vediamo stando di fronte al grattacielo riflettente, bensì le vediamo su uno schermo, quindi in una vicinanza sia pure illusoria su cui implode l’enorme distanza del cielo, delle nuvole, del grattacielo, della metropoli, insomma, in modo implicito (ma assolutamente esposto) la smisurata lontananza/vicinanza propriamente auratica del Collettivo, colto nel suo qui/ora, e tuttavia cristallizzato attorno a un dato “naturale”, proveniente dall’interno dell’esterno dell’interno del Mondo che noi siamo e che è Noi – Io, Tu, Loro, ecc.

Quanta malinconia! Malinconia di Gloria. La malinconia che affligge “Io, un altro” come un dono indesiderato eppure non restituibile, la malinconia che “Io, un altro” considera un premio, o forse il Bene.

La malinconia del vedere il non vedibile “attraverso una nuvola”. Ricordava Damisch, in un passaggio strategico del suo memorabile saggio su “nuvole pittoriche” e “teoria”: “È scritto che Jahvè discendeva in questa nube per intrattenervisi con Mosè. Ma non vi è detto che questi, se anche parla a Dio ‘come un uomo parla al suo prossimo’ (Esodo, XXXIII, 9-10; XXXIV, 5), fosse per questo ammesso a contemplare il suo volto: la Gloria di Jahvè è un fuoco divorante che non può apparire che all’interno della nube[iii].


[i] Hubert Damisch, Teoria della nuvola. Per una storia della pittura, Costa & Nolan, Genova 1984.

[ii] Monica Ferrando, Editoriale, in “De Pictura”, n. 1, 25 marzo 2013, http://www.depictura.info.

[iii]  Damisch, Teoria della nuvola cit., p. 75.