Malinconia di gloria: Nuvole sul Grattacielo [Prima parte]

19 Agosto 2020 0 Di Giuseppe Frazzetto

1. Dando un’occhiata alla paccottiglia di Netflix, o al ciarpame televisivo, capita di vedere due sequenze ormai standardizzate (o predigerite). Tralasceremo la prima, segnalando solo che la sua comparsa testimonia una difficoltà del regista: il gran primo piano della luna piena. Dovrebbe esporre un’intensità emotiva incommensurabile e indicibile; tuttavia, appunto, il più delle volte si tratta solo d’un estremo espediente inutilmente patetico.

L’altra sequenza merita qualche riflessione. Anche perché è evidentemente un emblema attuale d’una Stimmung oggi alquanto trascurata, cioè la Malinconia.

Si tratta delle Nuvole sul Grattacielo.

Per essere precisi, spesso le Nuvole sul Grattacielo fanno a meno del grattacielo: appaiono nel loro luogo consueto, il cielo, sia pure il cielo visualizzato su uno schermo; tuttavia, in questo caso mantengono uno dei caratteri propri della formula significativa che stiamo definendo Nuvole sul Grattacielo, in quanto sono proposte in un’inconsulta accelerazione. Non si espongono sulla superficie verticale iperspecchiante e ipertecnologica d’un grattacielo, ma rinviano pur sempre al dissidio fra un che di naturale, diciamo così, e una tecnologia estremamente avanzata. In assenza del grattacielo, la tecnologia in questione è una di quelle specifiche dei media, cioè la possibilità di alterare il tempo di visualizzazione d’un qualcosa di ripreso, footage, proponendolo a una maggiore o minore velocità. Questa peculiarità nei primi tempi della cinematografia suscitava perplessità o entusiasmo o condanne stizzite. Ci siamo assuefatti, però, dimenticando il più delle volte che quella violenza operata nei confronti dei tempi della percezione apriva l’ambito sterminato e ancora oggi a dir poco imbarazzante della compresenza d’un che di effettivo (non ci azzardiamo a dire “reale”) e un qualcosa di artefatto, se non fake. Quella compresenza è sempre necessariamente appartenuta ai miti, ai racconti, alle immagini, alle azioni teatrali, ma spesso un certo qual impeto illusionista (non ci azzardiamo a dire “realistico”) attenuava l’alone peculiare dei media, producendo un effetto di verosimiglianza se non di trasparenza[1].

L’alone (che qui non definiremo) tra le sue caratteristiche possiede il potere di aprire necessariamente una ferita fra la percezione e la comprensione razionalmente fondata. Qualunque letto che ci sia sottoposto da un pittore non è che una pallida/squallida imitazione, si sa; ma il letto (per dirne una) su cui si adagia goffa l’Olympia di Manet è sufficientemente scaltro da attenuare l’alone – l’ineliminabile traccia che qualunque medium lascia di sé, e che si sottrae a qualsiasi tentativo di trasparenza.

Ma le sequenze rallentate o accelerate macchiano, per così dire, il rapporto fra percezione e comprensione. Si tratta talvolta di quanto Bolter e Grusin chiamano ipermediazione: il medium non si nasconde, anzi ci fa ricordare la propria presenza.

Alex infligge una dura lezione ai suoi tre scagnozzi in procinto di ammutinarsi, in Arancia meccanica; ma lo fa al rallentatore, per cui la violenza dei suoi gesti è simultaneamente disinnescata ed enfatizzata. Non percepiamo quella violenza, facciamo qualcosa di molto più complesso, in quanto la percepiamo e però ci è fornito il tempo, artificiale, di contemplarne le conseguenze, di rifletterci, di comprendere quanto quei gesti assomiglino a un non so che di coreografico, e via ragionando.

2. Ma torniamo alle Nuvole sul Grattacielo. Fa quasi sorridere, nel nostro contesto, il fatto che ormai correntemente venga definita “effetto Koyaanisqatsi” la manipolazione del rapporto fra le immagini fotografate e la loro proposta come simulazione di movimento[2].

Il film del 1982 di Godfrey Reggio Koyaanisqatsi è in effetti il luogo mediatico in cui per la prima volta vengono proposte in modo non incidentale ma programmatico le Nuvole sul Grattacielo. Il film propone molte altre alterazioni sperimentali: nuvole velocissime in cielo, navicelle spaziali rallentate, folle metropolitane così veloci da rendere indistinguibili i singoli che le compongono, e così via. Peraltro, alcuni di quegli azzardi (compresa la luna piena a tutto schermo…) in seguito sono stati oggetto di innumerevoli imitazioni – in particolare, andrebbe considerata con attenzione la presenza d’uno stilema oggi diventato banalissimo per via dei droni, cioè la ripresa di paesaggi da un dispositivo in volo.

Un elemento in fondo marginale ma non trascurabile della malinconia suscitata dalle Nuvole sul Grattacielo deriva dall’origine della formula. Non è infatti profondamente malinconica la constatazione che un qualcosa che fu eccellente, “innovativo”, carico di senso, diventi poi formuletta, appunto, stilema deteriorato e perfino degenerato? Si pensi alla malinconia connessa al sentire frasi e/o riff del rock più sofisticato, arte oriented, ridotti al meretricio di sottofondo per spot pubblicitari. (Incidentalmente, noteremo che in questo caso il disappunto e la conseguente malinconia sono più forti di quelli prodotti da analoghe sevizie nei confronti del repertorio sinfonico e operistico: più forti, in quanto quel rock trovava nell’originaria verve “alternativa”, “sperimentale” la propria ragione d’essere – l’abuso pubblicitario la deturpa e simultaneamente ne svela l’inconsistenza, con inevitabile effetto malinconico).

Koyaanisqatsi si proponeva come ultramoderna riflessione sulla brutalizzazione della natura e dell’umano. In lingua hopi, Koyaanisqatsi significa qualcosa come “vita squilibrata”, nozione che ci riporta subito al “tempo fuori dai cardini” di Amleto, alla new age, e così via[3]. Ricorrendo ad artifici cinematografici possibili solo in uno stadio avanzato della tecnologia, quel film intendeva contestare la tecnologia. Strana protesta – soprattutto considerando che il tempo cinematografico “fuori dai cardini” si proponeva come la peculiarità più evidente del film. Insomma, già in Koyaanisqatsi appare l’ossimoro inevitabilmente presente ed esposto in ogni apparizione delle Nuvole sul Grattacielo, ovvero la saldatura ovvia ma di solito invisibile tra una specifica Idea della Natura e la tecnologia che pure evidentemente se ne allontana o sembra allontanarsene.

Di conseguenza accenneremo alla presenza dell’effetto Nuvole sul Grattacielo anche in situazioni del tutto diverse. Un esempio non cinematografico (e privo di nuvole…): nello stesso anno di Koyaanisqatsi, il 1982, Peter Gabriel pubblica IV, il suo quarto album da solista, contenente il brano The Rhythm of the Heat, ispirato nientemeno che a Carl Gustav Jung alle prese con un’esperienza “sciamanica” prodotta da un gruppo di percussionisti. Nel brano Gabriel a un certo punto canta:

Smash the radio / No outside voices here / Smash the watch / Cannot tear the day to shreds / Smash the camera / Cannot steal away spirits”.

Sì, senz’altro: fa a pezzi radio, orologio, fotocamera, la tecnologia che ti impedisce di percepire il “ritmo del calore”, e di perderti/ritrovarti in esso, Natura naturata e naturans, suo mediante. Ma: IV, l’album di Peter Gabriel era il prodotto ai tempi tecnologicamente avanzatissimo di metodiche digitali agli inizi, in particolare mediante l’uso d’una macchina, il Fairlight CMI, che all’epoca quasi nessuno “poteva permettersi”.


[1] Cfr. David Jay Bolter – Richard Grusin, Remediation. Competizione e integrazione tra media vecchi e nuovi, Guerini e Associati, Milano 2002.

[2] Ricorderemo che “i fotogrammi per secondo, in inglese frames per second (fps), costituiscono l’unità di misura della frequenza delle immagini fisse che compongono un filmato, frequenza denominata frame rate” (Gerardo Bonomo, Filmato intervallato, ovvero l’effetto Koyaanisqatsi. Time Lapse e Stop Motion: interpretare il Tempo, https://www.nikonschool.it/experience/filmato-intervallato2.php.

[3] L’emblema della mitologia new age del “tempo fuori dai cardini” è ovviamente il libro di Giorgio de Santillana ed Hertha von Dechend, Il mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulla struttura del tempo, Adelphi, Milano 1983.

[4] Hubert Damisch, Teoria della nuvola. Per una storia della pittura, Costa & Nolan, Genova 1984.