David Foster Wallace, l’epica dell’aragosta

17 Agosto 2020 0 Di Giuseppe Frazzetto

Natale Platania, L’urlo di Elisabetta, 2014, materiali vari su poliuretano

1. Proviamo a far reagire fra loro (mossa che può apparire alquanto azzardata, beninteso), brevemente, due “classici”.

Cominceremo col quasi dimenticato Lukács. In Teoria del romanzo, Lukács introduce la nozione di totalità estensiva – in effetti si tratta d’un elemento d’una diade, in quanto “La grande epica ritrae la totalità estensiva della vita, il dramma la totalità intensiva dell’essenzialità”[1].

La forma romanzo in quel testo viene riferita a uno specifico assetto del mondo, anzi, per essere più precisi, del darsi della “vita” rispetto a un mondo: “Il romanzo è l’epopea di un’epoca per la quale la totalità estensiva della vita non è più data immediatamente, per la quale l’immanenza del senso della vita è diventata problematica, ma che, cionondimeno, anela alla totalità”[2].

La nozione di totalità estensiva decenni dopo verrà ripresa da Lukács nella grande Estetica del ’63, in riferimento più complessivo alla “mondanità” propria dell’autonomia dell’arte: “[La] totalità conclusa del contenuto costituisce il carattere di ‘mondo’, l’interna completezza e autosufficienza delle opere d’arte”[3].

[Non sarà inutile ricordare che il rapporto fra la “totalità” del “mondo” e quella del “mondo” specifico della singola opera d’arte è articolato da Lukács in termini assolutamente diversi da quelli che gli attribuisce (quando si ricorda della sua esistenza) la vulgata corrente. Per fare un esempio un tempo famoso: nella Breve storia della letteratura tedesca, Lukács dedicò un paio di pagine a E.T.A. Hoffmann: molte, in sostanza, nell’economia d’un saggio effettivamente sintetico. L’elemento del tutto stupefacente, per chi conosceva Lukács solo attraverso la mascheratura deturpante del “realismo socialista”, consisteva in questo, che Lukács definiva Hoffmann “un realista veramente grande”.[4] Come? L’autore di Der Sandmann un realista? L’inventore del Mastro Pulce, del ripugnante Cinabro, degli Elixir del Diavolo nonché di mille altre stramberie, un realista? Anzi, un “realista di respiro europeo”?].

2. Tornando alla Teoria del romanzo, ne ricorderemo il grandioso incipit: “Tempi beati quelli che possono leggere nel firmamento le mappe delle vie praticabili e da seguire e le cui strade sono illuminate dalla luce delle stelle”[5].

Ma quali strade illumina, la “luce delle stelle”? Ovviamente, non quelle degli avvenimenti straordinari. I “tempi beati” (ammessa la sostenibilità della definizione) sarebbero quelli in cui la “vita” si dipana lungo percorsi “che possono essere letti nel firmamento” – in particolare, beninteso, la “vita quotidiana”. (Del resto, è noto il fatto che negli ultimi decenni della sua produzione Lukács tematizzò il rapporto appunto fra “vita quotidiana” e formalizzazioni artistiche e indagò le forme specifiche della vita quotidiana stessa)[6].

Introduco allora una definizione inconsueta (e certo non lukacsiana) dell’epica. Secondo tale ipotetica definizione, l’epica si determina quando un Narratore ci racconta (racconta a noi, si noti) un’Impresa che Ci riguarda in modo specifico, anzi ci mostra ciò che davvero siamo, ciò in cui crediamo, ecc.

L’esposizione di quanto “davvero siamo” implicherebbe la necessità, per la “grande epica” di una “totalità estensiva”; il romanzo sarebbe un tentativo di formalizzare una “totalità estensiva della vita non più data immediatamente” (la “luce delle stelle” si è offuscata e non rischiara più i percorsi della vita quotidiana), tentando tuttavia di costruire una totalità che sia attinente almeno al romanzo stesso.

3. Andiamo ora all’altro classico. Un passo scelto quasi a caso da Infinite jest: “A cena possono scegliere latte o succo di mirtillo, il più carbocalorico tra i succhi di frutta, che schiuma rosso nel contenitore trasparente vicino al bancone dell’insalata”[7].

Il testo continua descrivendo contenitori, frigoriferi, ecc. David Foster Wallace intende piangere sul latte o sul succo di mirtillo versati? No. Diremo che frasi come quella (gli scritti di Wallace ne sono stipati) appaiono la versione di fine ‘900 dell’Elenco delle navi nell’Iliade o della lista degli achievement in World of Warcraft.

Il mondo non si presenta come una totalità, bensì si espone in quanto collezione di collezioni; collezioni che d’altra parte debordano in entità spettacolari e/o insignificanti, mescolandosi in interminabili remix, mashup, link incrociati, ipertesti, intuizioni abbaglianti e vicoli ciechi. Da yellow jester, Wallace non gioca alla collezione ma ne osserva l’illimitata destrutturazione: così la danza delle marionette mima la totalità, e Wallace mima quella pantomima.

In altri termini Wallace propone quanto di più vicino all’epica potesse proporre. Il mondo “continua”, nonostante ogni distorsione psicotica, nonostante le intermittenze del senso. Cioè a dire: dal suo personale deserto, Wallace sembra gridare che il “collasso della catena significante” (di cui parlava Jameson) non riguarda né i significati né i significanti, ma chi tenta di incatenarli.

L’epos postcontemporaneo infatti concerne lo scatenamento. Non a caso Wallace non parla solo di succo di mirtilli, pillole e palle da tennis, bensì in primo luogo si occupa dello scatenarsi del conflitto estetico.

C’è da dire forse proprio per questo motivo la narrativa di Wallace risulta così inquietante, anzi letteralmente unheimlich: quanto ci presenta, ovvero quell’“epica” collezione di collezioni di frammenti di mondo, in effetti ci riporta a ciò che ognuno sperimenta 24/7, 24 ore al giorno 7 giorni su 7: l’esorbitante varietà atona delle notizie delle illazioni dei complotti delle immagini delle fotografie dei video e d’ogni altra assenza-presenza accatastata fisicamente digitalmente mentalmente in ogni dove e in ogni quando, voragine senza fondo dove gli “epici” interpreti e produttori vengono lanciati come aragoste nell’acqua bollente.

“Considerate l’aragosta”, ci ammonì Wallace in un suo altro testo[8]. Cioè: “considerate voi stessi”.

[Nuova versione di un testo del 2011].


[1] György Lukács, L’anima e le formeTeoria del Romanzo, SugarCo, Milano 1972, p. 279.

[2] Ivi, p. 289.

[3] Id., 1963, Estetica [La specificità dell’Estetica; sottotitolo non riportato nell’edizione italiana], Einaudi, Torino 1970, p. 415.

[4] Id., Breve storia della letteratura tedesca. Dal Settecento ad oggi, Einaudi, Torino 1974, p. 74.

[5] Id., Teoria del Romanzo cit. p. 263.

[6] Cfr. Id., Ontologia dell’essere sociale, 3 voll., Editori Riuniti, Roma 1976-1981.

[7] David Foster Wallace, Infinite Jest, Einaudi, Torino 2006, p. 756.

[8] David Foster Wallace, Considera l’aragosta e altri saggi, Einaudi, Torino 2006.