Il volto come shock

4 Maggio 2020 0 Di Giuseppe Frazzetto

1. Il primo piano disumanizzante del volto è un elemento decisivo di alcuni film d’artista e/o sperimentali degli anni Venti – ad esempio in modo esplicito in Ballet mécanique del 1924, realizzato da Fernand Léger con la collaborazione di Dudley Murphy; più episodicamente in Entr’acte dello stesso anno, regia di René Clair su soggetto di Francis Picabia, musiche di Erik Satie. Il primo piano del volto è usato specificamente come “effetto speciale”, ovvero come qualcosa che produce in successione uno shock e poi un qualche genere di riappaesamento, di volta in volta conoscitivo, comico, erotico, meramente “spettacolare”. Tale succedersi di esperienze percettive e poi emotive e intellettuali riproduce la sequenza di esperienze delineate da Kant nell’Analitica del Sublime. Non a caso Adorno notò che “dopo il crollo della bellezza formale, delle idee estetiche tradizionali restò, attraverso tutta l’arte moderna, solo quella del sublime”. Motivo di fondo di tale permanenza, ipotizzeremo, è una caratteristica dell’esperienza quotidiana di ognuno, nell’attitudine “contemporanea”, ovvero la reiterazione di shock. L’arte ne è implicita mimesi (affermazione che per molti può risultare scandalosa, lo sappiamo).

2. La possibilità dell’uso del volto in primo piano, ingrandito, imperante e quindi come shock e/o effetto speciale si fonda ovviamente sulla diversità di tale proposta da quanto si può sperimentare ogni giorno. (Del resto, va considerata anche la differenza rispetto a quanto accade in teatro, dove il primo piano è ovviamente escluso). Nell’esperienza di ogni giorno il volto è certamente il segnale prioritario del nostro rapporto con gli altri – forse è persino il segno del “volto dell’Altro” (Lévinas). Si tratta però di un segnale per così dire “a distanza”. Il volto si configura in una vicinanza solo nella sfera intima, là dove peraltro il volto si perde, proprio per la prossimità. La visibilità dei volti degli amici e degli amori è per così dire al limite di quella vicinanza e dimensionalità. Superandola, si apre una dimensione ulteriore: il volto di chi si abbraccia o un volto che si bacia non sono più visibili nella loro interezza.

Un primo piano del volto produce necessariamente uno shock. Lo potremmo annoverare fra gli effetti “pornografici” dell’ambito mediatico contemporaneo. Beninteso, nel senso di Baudrillard (cfr. Della seduzione): “pornografico” è qualcosa che permette di vedere un che di usualmente non visibile e/o nascosto. Nel caso del volto in primo piano, il “pornografico” riguarderebbe peraltro sia il volto in quanto tale, usualmente visibile solo in una relativa distanza o in una relativa incompletezza, sia il modo in cui lo si percepisce. Il volto in primo piano infatti ci ricorda inevitabilmente il fatto che non stiamo osservando un “reale”, bensì una “mediazione” del “reale”, prodotta mediante un apparato tecnico che non si nasconde affatto e che anzi, proprio per la bizzarria di ciò che mostra e per il gigantismo dell’esibizione, mostra innanzitutto la propria presenza (cfr. Bolter – Grusin, Remediation).

In altri termini, si tratta dello shock connesso allo scoprirsi costantemente disumanizzati. Cyborg. Shock tanto più feroce in quanto prodotto dall’alterazione della visibilità del contrassegno più usuale dell’umano, il volto. Se non avvertiamo più la lancinante scossa di quello shock è perché la reiterazione ci ha anestetizzati. Forse. Oppure perché oscuramente ormai accettiamo la nostra condizione di cyborg.

3. La percezione dell’umano è intrinsecamente connessa a coordinate quali “grandezza” e “distanza”. In effetti sarebbe più appropriato dire: grandezza/piccolezza, distanza/vicinanza. Siamo “creature politiche” in primo luogo perché possiamo essere vicini, vicini (in molti sensi) anche se spazialmente distanti; d’altra parte, siamo creature solitarie/comunitarie accomunate dall’essere quasi minuscole di fronte all’immensità.

Anche i laici (o forse: soprattutto i laici) hanno avvertito tale saldatura di umanità, distanza/vicinanza e grandezza/piccolezza nello spettacolo di Papa Francesco, relativamente solo, in uno spazio relativamente immenso (in quanto progettato ai tempi proprio per suggerire un’enorme grandezza, ecumenica, pur sempre “piena”, di gente vicina e di gente lontana eppure vicina simbolicamente).

Si badi: la parola spettacolo, appena scritta, in questo contesto va considerata con la massima attenzione. Non si tratta infatti dello spettacolo come elemento superficiale e vuoto, come mera esteriorità impositiva a cui di solito si fa riferimento (anche da parte di chi non ha idea di quel libro) mediante la formula magica “società dello spettacolo”. Al contrario, si tratta dello “spettacolo” come chance (sia pure estremamente problematica) di mediazione fra distanza e vicinanza, fra la nostra ridotta scala sensoriale e l’immensità dell’esterno. In questo senso, ci ricordava ad esempio Francastel, la visione prospettica metabolizza un elemento spettacolare, anzi specificamente teatrale. D’altra parte, il sublime è pur sempre connesso appunto a uno spettacolo, giacché l’eccessiva vicinanza può porsi come un trauma a cui nulla potremmo contrapporre. Se c’è coinvolgimento diretto non c’è che terrore, ci ricordava già Burke. La sequenza di shock e di riappaesamento non può che fondarsi su una lontananza “spettacolare” – si pensi alla metafora lucreziana del “naufragio con spettatore” studiata da Blumenberg; si pensi alla nozione benjaminiana di aura.

4. Che dire, allora, dello shock quotidiano a cui ci ha indotto la quarantena? Parliamo ovviamente della riduzione dei volti a presenze vicinissime/lontanissime sugli schermi. La presenza incerta, ondeggiante, tremolante, spesso a scatti di volti in ambienti che del resto denunciano la probabilità di ulteriori shock (che ne sanno, gli spettatori, ad esempio gli studenti di una classe online, del contesto ambientale in cui si delinea vagamente, nella scarsa definizione quasi inevitabile, il volto della professoressa o del professore?), la presenza incerta in quanto “mediata” e allo stesso tempo certissima proprio in quanto mediata produce una distanza/lontananza destinata certamente a configurarsi, nella reiterazione, in modalità ancora imprevedibili.

Le lezioni/cyborg, gli auguri/cyborg, le quattrochiacchiere/cyborg e via mediatizzando permesse dai dispositivi digitali non sono più l’eccezione bensì una regola. E la quantità si trasformerà, al solito, in qualità? In altri termini, andiamo verso una riformulazione di quanto De Martino indicò con la formula (di perfetta autoevidenza) “crisi della presenza”?

Quale presenza? Quella degli altri? O la nostra? (La nostra presenza/cyborg, forse)?