Sul resistere

26 Aprile 2020 0 Di Giuseppe Frazzetto

“Resistere” è forse il verbo che meglio si adatta ad alcune pulsioni odierne. E a non poche costrizioni.

Resistere: ovvero saper vivere la durata.

Fuggire da qualcosa da cui non si può fuggire.

Farsi agio in un disagio.

Ribaltare il dolore: elaborarlo nell’impossibile.

Il dolore è un presente (un dono)? O qualcosa di perfetto (ovvero passato)? Fra quel presente imperfetto e quell’impossibile perfezione c’è una frattura, un distacco. Ne tematizzeremo brevemente i termini.

Agamben ci indica un’ardua interpretazione di quella parola ormai anomala, che fu usata dai poeti provenzali. Aizir (quasi intraducibile). Forse: agio. Riguarda lo spazio, innanzitutto. Stare ad agio è non-soffocare, non-arrendersi, non-desistere dal Sé che ognuno è, allontanandosi allo stesso tempo dal Sé usuale, materiato di luoghi ed esperienze ormai così ottuse da ottundere.

Lo spostarsi del Sé da se-stesso ha un suo correlativo oggettivo nelle rovine, negli scarti, nei frantumi. Vi si trova riconciliazione? Una salvezza sia pure solo mentale e/o utopica, come disperatamente postularono Kant e i primi romantici inventando la sublime illusione del sublime? (L’andamento ricorsivo è parte di quella riconciliazione disperante, beninteso).

No. Non riconciliazione. Solo: agio. Se si riesce. Solo un po’ di spazio per articolare un po’ di vita, un po’ di respiro.

Cercandosi, adagio. Quindi lo spazio è anche tempo. Ovvio. Lo sapevano i commentatori della Commedia, asserendo che agio deriva da age, ed è quindi un tempo che si ha – non il tempo che qualcuno crede di possedere, bensì il tempo che si ha, ovvero un tempo che si manifesta a sé stesso.

Ci si chiederà allora da quale tempo venga la piccola speranza di un po’ di agio. Dal perfetto che fu, ormai scomparso eppure pur sempre lì accanto, se non presente? È allora per questo, che la speranza di ritrovare spazio e tempo di agio coincide a volte con la speranza di riuscire a continuare a soffrire, a insistervi, a ritrovarvisi, giacché la sofferenza è pur sempre un legame, paradossale – purché non sia troppo stretto, purché lasci almeno un po’ di agio.

Oppure è non-ancora? Ovvero: chi può avere agio? Io? “Io è un altro”. Le mie azioni e i miei pensieri sono Me; anche ciò che (mi) accade è Me. Sono la materia esterna di cui è tramato il mio interno, e quel rapporto interno/esterno/interno (Io è un altro) si ripropone nell’operare, nel presentificare. Mio è il dolore. Mio sarà lo spazio ulteriore, nella durata e nell’assenza.

Il non ancora può essere pensato come il luogo d’un possibile momento “felice” nel momento dell’operatività, della produzione? Si tratterebbe però d’un paradossale costruire senza colpa/debito, in quanto il produttore si farebbe medium o meglio metaxy del molteplice che è in lui mediante il suo essere fuori di lui – la “felicità” proverrebbe allora dall’indifferenza per il sentimento di incompletezza quindi di colpa e di debito.

Indifferenti ci si sposta fra il dover essere e il non.

Ma il dolore non è un essere a disagio? Bloccati, immobili nel tempo, sfioriti nello spazio? E quando mai ci fu, un’assenza di disagio, se non in qualche istante di forma cioè di privatissima e incomunicabile apertura, respiro, spazio-tempo di felicità?

Eppure nella corrente soffocante del presente che fu passato senza divenire presente-dono, nel turbinio esterno-interno della presenza assente dei luoghi, ecco: cercate un po’ di agio, adagio.

Nel resistere, nell’essere-fuori, ad agio.

P.S. hasta siempre

l’aprile ovviamente crudele la folla incontravamo mani dovunque come il polline il cinema vuoto essai assai pretenzioso la sera una chitarra ciao un bacio a destra uno a sinistra salutiamoci bene hasta siempre il tizio fumava arrustiemancia l’aprile dolcecrudele Elisabetta era semplicemente viva in un anno buono che so l’88 in agosto o in aprile crudelissimo la folla si strusciava ad altra folla nessuno badava nessuno ogninessuno in fondo la felicità è un modo di non badare e viceversa

[Una versione molto diversa di questo testo è stata pubblicata in “La terrazza. Rivista di cultura e ricerca” diretta da Renato Pennisi, n. 10, marzo 2018].