Sindrome dell’Apocalisse [Un’anticipazione]

14 Novembre 2019 0 Di Giuseppe Frazzetto

Da qualche settimana nei nostri discorsi “occidentali” (sulla rete, nonché sulla stampa) una parola ricorrente è Apocalisse.

Non sorprende. Là dove c’è incertezza e scarsa possibilità di previsione può subentrare la risoluzione improvvisa, la catastrofe. Non sorprende, d’altra parte, in quanto elaborazioni filosofiche di primo livello su tematiche apocalittiche e catecontiche sono tutt’altro che infrequenti nella seconda metà del ‘900 e in questo inizio di millennio (Ricorderemo in particolare Jacob Taubes, Escatologia occidentale [1947], recentemente ripubblicato a cura di Elettra Stimilli, Quodlibet, Macerata 2019; e Massimo Cacciari, Il potere che frena, Adelphi, Milano 2013. Ma l’interesse per tematiche escatologiche caratterizza numerosi spunti presenti nelle pubblicazioni di Giorgio Agamben, a partire da La comunità che viene, Einaudi, Torino 1990. Un caso particolare è quello della discussione sul “tono apocalittico” (heideggeriano) di Jacques Derrida, Di un tono apocalittico adottato di recente in filosofia [1983], in Gianfranco Dalmasso a c., Di-segno. La giustizia nel discorso, Jaca Book, Milano 1984).

Apocalisse, dunque. Ovvero conclusione d’un ciclo, conclusione in cui si mostra il senso di quel ciclo. Anticipiamo qui alcune frasi d’un nuovo libro (in fase di scrittura), che sarà del resto preceduto da qualche estratto in riviste. Vi si tematizzerà il rapporto fra la diade eschaton / katéchon e la fase attuale, “postcontemporanea”, del darsi delle forme culturali, in particolare nell’ambito artistico.

Apocalisse, dunque. Caratteristicamente, nel balenare giornalistico della nozione manca il riferimento a “ciò che trattiene”, il katéchon. Si potrebbe ipotizzare che la “Sindrome dell’Apocalisse” manifesti quanto Hölderlin chiamava “meravigliosa nostalgia d’abissi”, ovvero un diffuso “amore” per il dissolvimento?

Di certo, sembra di poter parlare di una frenesia collettiva, una fretta. Fretta di concludere, desiderio spasmodico (sebbene inconsapevole) di arrivare al senso, o almeno di giungere a una soddisfazione, quale che sia, sia pure minima e irrilevante.

Cogliamo sintomi di tale fretta in innumerevoli manifestazioni di cultura “pop”. Ad esempio nella trasformazione di molte narrazioni in dispositivi fatti quasi esclusivamente di “scene madri”, saltando collegamenti e raccordi diegetici (per quanto riguarda le narrazioni “pop” se ne accenna nella sequenza in corso di sviluppo chiamata “Realismo traslatorio” – le prime due parti sono leggibili qui nel sito).

Ne cogliamo sintomi plateali in recenti successi o tentativi di successo: si pensi a Joker e a Martin Eden, film “gemelli”, sebbene diversissimi (parlano entrambi di desideri il cui percorso “va storto”), in cui si tematizza la fretta del desiderio e i pericoli che attagliano sia il desiderio che l’impazienza nei suoi confronti.

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Assistiamo al trionfo, dovunque, del principio del piacere. Il principio di realtà svapora. Non perché sia sparita la realtà, che anzi ci incalza in ogni singolo istante con la sua sconfortante miscela di vero e falso. No. Il trionfo del principio del piacere è l’esito disperato d’una disillusione. Perché attendere, rinviare? C’è speranza che l’attesa abbia come frutto il premio d’una giustificazione, un compimento di senso?

In quella disperazione, gli attimi del nostro tempo non sono intesi come costruttivi. D’altra parte, non sembrano porsi come l’inciampo o il ritardo rispetto a una conclusione sensata, ovvero all’Apocalisse in cui qualcosa (o tutto) termina rivelando il proprio senso.

La finitudine non viene elaborata. È il dato di fatto che si impone, da cui non si può prescindere. Non la si elabora, si reagisce immediatamente a essa, contrapponendole il desiderio d’una pienezza interminabile, istante per istante. Eppure, il più delle volte si tratta di una paradossale pienezza incompleta, che in effetti rinvia a ulteriori conclusioni: un’implosione dell’eschaton in katéchon. La sua regola sembra essere: “Facciamola finita. Ma poi facciamola finita ancora e ancora”.

Il “piacere” di quell’ipotetico manifestarsi di “pienezza incompleta” di senso è un piacere misto, sublime, ibrido fra disperazione ed ebbrezza.

L’opposizione tradizionale fra eschaton e katéchon appare così totalmente infranta. Il tempo usuale non è più percepito come il tempo dell’attesa (“della Parusia”) in quanto non c’è alcun eschaton; eppure non è percepito nemmeno come katéchon, epoca del ritardo, del rinvio, proprio perché non c’è eschaton. Il tempo quindi si fa effettualmente vuoto.

Tale vuoto è destinato a un costante tentativo di riempimento: eschaton implode nel vuoto che s’è determinato, strutturandosi in mille microcompimenti, microrivelazioni.

Si tratta dell’esito inevitabile della mobilitazione a cui l’epoca sottopone ognuno di noi. La mobilitazione è una delle forme in cui si manifesta il nesso debito/colpa (Schuld) peculiare dell’incompletezza tardomoderna, dell’impossibilità di esaurire il “debito” che anzi aumenta, ed espiare la “colpa” connessa sia all’accumulazione del capitale (del desiderio?) che all’incremento del debito (nei confronti del proprio desiderio?).

Ciascuno è carico di colpa/debito, ognuno è gravato da innumerevoli e oscuri desideri, per definizione non esaudibili. La pretesa diventa allora quella di instillare in ogni istante il sapore dell’eschaton, il premio d’un che di sensato, sebbene insensato.

La vita quotidiana è l’ambito d’elezione di questa implosione dell’apocalisse (istantanea, corrente, ripetuta). La sua forma è l’estetizzazione della vita, dai bassifondi della gamification alle ipotetiche vette d’un che di sublime.

La mentalità dei tempi di conseguenza ricerca instancabilmente l’eccelso (l’“eccellenza”), il sacro inteso come esperienza stordente e appunto apocalittica, il sedicente “rituale” come evento infine sensato – sebbene insensato.