Classicità di Piero Guccione

2 Novembre 2019 0 Di Giuseppe Frazzetto

Piero Guccione è stato un pittore classico. Si badi, la sua “classicità” non aveva un intento polemico, antimoderno (come accadde ad esempio per De Chirico, un antimoderno in fin dei conti modernista): si trattava per lui di scandagliare percorsi culturali e artistici (e perfino antropologici) alla ricerca di qualcosa che di solito ritroviamo nell’attitudine dei grandi artisti. Quel qualcosa può forse essere definito come il tentativo sempre rinnovato di ritrovarsi, artisticamente e umanamente, “accanto all’origine”. Alla propria origine.

Se insisto qui sulla “e” che lega la formula “artisticamente e umanamente”, è perché la classicità di Guccione implica la consapevolezza che la pittura sia medium da padroneggiare mettendosi umilmente al suo servizio, ma non sia il fine: il fine è l’accordo (forse solo utopico, ma che è necessario tentare) fra creatività, consapevolezza, soggettività, etica dell’essere con gli altri.

Da questo punto di vista si potrà aggiungere che l’esperienza artistica di Guccione può risultare un esempio significativo d’un procedimento di guarigione dell’arte contemporanea. Qui bisogna intendere il genitivo come oggettivo e soggettivo. Quindi dobbiamo chiederci fino a che punto l’arte contemporanea possa essere un valore (se vogliamo, un lenitivo della finitezza) e non soltanto una speculazione, un gioco di mercato finanziario ecc.; d’altra parte, preso atto della situazione certamente non buona dell’arte contemporanea, bisogna chiedersi se sia possibile “guarirla”, e come.

L’ipotetico percorso di “guarigione dell’arte contemporanea” avrebbe senz’altro un carattere non lontanissimo da quella Verwindung (“rimettersi”, in vari sensi) rispetto alla modernità di cui parlava Vattimo negli anni Ottanta. Infatti l’arte contemporanea non sarebbe affatto negata o ignorata. Se ne attiverebbero semmai implicazioni meno ovvie, meno compromesse.

Nel caso della pittura di Guccione, potrebbero citarsi numerose analogie fra il suo esporsi al visibile e alcuni aspetti del dibattito artistico contemporaneo estremamente importanti sebbene sovente marginalizzati.

Penso in particolare alla questione del rapporto tra percezione e spazio. Oggi tale rapporto si esplica per lo più in termini diciamo così reali, fisici: le proposte artistiche sono spesso determinazioni percorribili di spazio, nelle installazioni e/o nelle “scene situazionali”.

Tuttavia ci sono altre vie. Pensiamo allora a quanto proponeva all’inizio degli anni Cinquanta Francastel in Lo spazio figurativo dal Rinascimento al Cubismo. Quel testo (precedente all’apparizione e all’enorme successo di ciò che in termini grossolani indichiamo col termine strutturalismo) ricostruiva la vicenda dell’arte occidentale focalizzando i tentativi degli artisti di rendere nelle opere un’esperienza umana di rapporto con lo spazio, inteso come strutturazione di luoghi qualitativamente differenziati. Il mare-cielo di Guccione sembra un’esemplificazione adeguata di quel nodo problematico, di quel genere di esperienze sempre rinnovate e sempre sfuggenti.

Si ha qui l’esempio di qualcosa di indefinibile che di volta in volta è stato chiamato mito, rito, sacro: parole che tradiscono la complessità e indefinibilità di prove che l’“uomo intero” talvolta attraversa, nel suo rapporto con l’essere in un luogo che non è uno spazio astratto e misurabile, ma l’ambito d’un qualcosa di cui è necessario prendere atto pur sapendo di non poterne davvero dare atto.

C’è un’analogia con quanto Furio Jesi talvolta definì “mito genuino”. Oppure, per far riferimento ad altre tematiche non usuali, con quella soglia in cui l’io non è più solo io ma è l’io-non io o chissà che (un’esperienza a cui noi normalmente non abbiamo possibilità di accesso), metaforizzata ad esempio da certi bizzarri discorsi sul mimetismo animale svolti dal giovane Roger Caillois, poi ripresi da Rosalind Krauss. Ancora, si coglie nella “molla dell’occhio” di Guccione il tentativo di porre la pittura come molla, appunto, cioè come un qualcosa che occupa in un certo modo uno spazio in tensione e ne è messo in moto, uno spazio che quindi non denota soltanto la distinzione tra lo sguardo e la cosa guardata (e poi replica lo sguardo dell’artista e lo sguardo dello spettatore, ecc.), ma supera quelle distinzioni e ne propone una differente percezione, una diversa esperienza.

Quella “molla dell’occhio” diventa la via regia per misurare uno spazio che non è quantitativo ma qualitativo, uno spazio sciamanico, uno spazio della rivelazione, uno spazio dove noi siamo catturati e il pittore prima di noi e poi noi dopo di lui – siamo catturati in un’esperienza che non è solo artistica, legata alla percezione delle forme dei colori delle composizioni ecc., ma un’esperienza vitale, un’esperienza che naturalmente la vita di tutti i giorni tende a mettere da parte, un’esperienza che si ricollega all’idea di classicità e la rende attuale. Così come è classica e allo stesso attualissima la pittura di Guccione.

[Sintesi dell’intervento all’incontro in ricordo di Piero Guccione (Scicli, 5 Ottobre 2019 – altri relatori Giorgio Agamben e Paolo Nifosì), pubblicata su “Il giornale di Scicli”, 20 Ottobre 2019].