Giuseppe Lazzaro Danzuso discute di “Artista sovrano” e di “Molte vite in multiversi”

Artista sovrano

“Il nuovo paradigma dell’arte postula una specifica connessione arte-vita come mimesi di alcuni tratti dell’atteggiamento contemporaneo rispetto alla vita”.

Giuseppe Frazzetto ha dovuto costruirsi una scrittura a un tempo antica e innovativa per illustrare, tra contraddizioni e conflitti, l’Universo mondo della postcontemporaneità che galleggia in quel presente assoluto che l’autore ha già descritto in Molte vite in multiversi.

Artista sovrano contiene una torrenziale pioggia di domande – tra testo e note nel libro ci sono ben 201 punti interrogativi – e un’amplissima e colta rassegna di analisi e teorie sull’arte. Ma anche su filosofia, politica, economia, religione.

L’Autore analizza “questa fase inquieta, irreale-finanziaria, postmediale o postcontemporanea” in cui un’arte “a volte indistinguibile dalla documentazione” si confronta con i luoghi e in cui la soggettività dell’artista si dissolve fondendosi con l’intervento dello spettatore-prosumer (produttore e consumatore).

Anche il prosumer vuol essere sovrano come l’artista: “scrivere anziché leggere, fotografare e/o dipingere piuttosto che guardare, suonare e non ascoltare”. E che sia competente, bravo, è irrilevante. Può anche limitarsi a “montare” materiale esistente (il copia-incolla dei social), perché il fatto stesso di esserci, e non fare nulla è arte contemporanea, come nel caso del frontman cantante che “Si limita a esistere, lì, nella scena situazionale”. Quest’ultima tenta di racchiudere il flusso della vita “in uno spazio/tempo limitato” entro il quale le regole dell’arte e della vita “temporaneamente vengono sospese”. Così, l’artista che determina una scena situazionale (come quelle di Marina Abramovich e di Yoko Ono) “ne è sovrano, in quanto è in grado di proclamarne l’eccezionalità”.

Tra le scene situazionali, poi, vengono inseriti anche i social network: al centro di Artista sovrano non c’è solo l’analisi della mutazione dell’arte, ma quella dell’Uomo e della Collettività, il suo essere diventato cyborg, attraverso web e apparati digitali. Ma il punto di non ritorno, per l’arte è ben più antico: Marcel Duchamp, l’anti-artista, sovrano in quanto inventore del ready-made: libero di eleggere a opera d’arte un oggetto qualunque. Fu allora che l’arte diventò “una specie di sortilegio che conferisce valore a qualcosa”.

È però nell’era di Internet e della gamification dei videogiochi (argomento al quale Frazzetto ha dedicato il suo Epico caotico) che si giunge al Terzo stato dell’arte, quello che non produce opere ma “Ha a che fare con operazioni quasi impercettibili, quotidiane”.

Frazzetto è un flâneurche descrive rovine, che constata, desolato, la morte “dell’arte che ci toccò conoscere, amare, studiare, ovvero l’arte del Primo e del Secondo Stato”. Un’arte polverizzata, derubricata a estetizzazione, a intrattenimento, a nulla, specchio della vita fai-da-te del prosumer, signore-servo impegnato nel “design di se stesso” in città che sono “un montaggio”, in case permeabili a “un turbinio di mostre […] che ci vengono scaraventate addosso”.

Una mashup life, una vita mediatica ridotta a elenco, a playlist, segnata da interminabili e onanistici selfie, da miseri collage “di frammenti privi di connessione” e della meraviglia della sorpresa.

In questo libro certifica la morte dell’arte come l’abbiamo finora conosciuta, Frazzetto. Sperando nella sua resurrezione.

[Pubblicato su “Quotidiano di Sicilia” 24 Agosto 2017].

Molte vite in multiversi

Nuovi media e arte quotidiana è il sottotitolo del volume Molte vite in multiversi, scritto da Giuseppe Frazzetto, docente sia di Storia dell’arte contemporanea sia di varie discipline connesse allo studio dei media digitali. È stata questa sintesi di competenze – cui andrebbe aggiunta anche quella di musicista – che gli ha consentito di scrivere un libro estremamente interessante, capace di fornire chiavi di lettura idonee a interpretare la complessità del mondo che viviamo e che ci appare così caotico e a volte alieno.

Puntando sulla convinzione che il pensiero si forma attraverso il suo articolarsi, è cioè un’esperienza di cui si fa esperienza mentre se ne fa esperienza, il volume ci conduce per mano alla scoperta di questo Nuovo Mondo Estetico globalmente connesso, in cui è possibile – e appetibile – avere molte identità, vivere molte vite insieme.

Un Nuovo mondo estetico inabitabile ma transitabile, usabile, artificiale, non necessario, arbitrario, caratterizzato da un riscaldamento estetico globale, caotico-mixato. Così l’esperienza estetica finisce con il limitarsi a un accumulo di stimoli sempre maggiori, che finiscono con l’anestetizzarci.

Viviamo una realtà intensiva in cui le mille connessioni del web hanno annullato lo spazio, in cui l’eccessiva vicinanza tra Singolo e Collettivo distrugge la possibilità di riflettere e approfondire, cosicché credenze religiose o convinzioni politiche finiscono con l’essere sostituite da motivazioni estetiche.

Un mondo in cui si sta al mondo come se fosse un altro mondo perché il tempo non c’è più (tempo di pensare, di riflettere, di scegliere) sostituito dall’informazione, dall’enorme flusso di fatti che si rincorrono. Anzi, di fattoidi o newzac, neologismo coniato dai termini news e muzak, la musica da supermarket, quella che resta sotto la soglia dell’attenzione.

Un mondo di remix e mashup, le mescolanze tra i generi, in cui tutto si ibrida, a cominciare dai linguaggi. Comenell’itanglico e in cui i Singoli diventano perwitauthor, testimoni e figuranti dello spettacolo che si esibiscono prima di tutto per avere un’immagine di loro stessi.

Così, sui social network, attraverso i giochi elettronici e in rete, il Singolo cerca di recuperare la distanza, di darsi tempo, concedersi una tregua.

Tregua perché tutto è accaduto troppo in fretta: dagli anni Ottanta del secolo appena trascorso a oggi, sembra sia passato un millennio.

È siderale la distanza tra la trottolina in legno con la mosca dentro ricordataci da Giuseppe Tornatore in Ba’aria e i videogiochi, o, come preferisce chiamarli Frazzetto, gli IHDE, acronimo di Interactive Digital Hybrid Entertainment: Intrattenimento digitale ibrido interattivo.

Altrettanto sconfinata è la distanza tra i complicati giochi di ruolo sul web, con diecine di milioni di toon nelle loro gilde, e il vecchio “facciamo che io ero…” che coinvolse, nella mia ormai lontana infanzia, alcuni dei primi multiversi conosciuti, quelli dei supereroi: crossover, terre parallele, multidentità e incontri tra universi, che finivano per diventare multipli.

Per spiegare questo universo multimediale in cui siamo stati proiettati a forza Frazzetto utilizza la chiave dell’arte, definendo e-maginal divide la frattura tra chi ha compreso il mutamento radicale del rapporto con le immagini della nostra società e chi invece continua a utilizzare categorie obsolete.

Temporalmente tutto cominciò a precipitare alla fine degli anni Ottanta: tra abbattimento del Muro, pc per tutti, nascita del web.

“Il mondo – ricorda Frazzetto – era diventato persino più estetico e caotico di quanto fosse mai stata l’arte”, e l’unica possibilità di confrontarsi con il nuovo era la mimesi, l’imitare con piccole modifiche.

Ecco dunque la crescita esponenziale della nostra esperienza – il vivere tante vite – attraverso un’autentica valanga di video che pretendono di farci vedere con i nostri occhi un fatto, un avvenimento, una “verità”, sorvolando sulla circostanza che ci viene mostrato sempre in maniera mediata e quindi parziale, artefatta.

Si viene così a determinare una bulimia di esperienze per cui, come sottolinea l’autore, i punti di vista vengono moltiplicati (Frazzetto indica questo come tema essenziale e spesso metodo dell’arte novecentesca) e lo spettatore “è sollecitato a una sostanziale onniscienza e allo stesso tempo non è padrone della propria visione di quanto gli viene mostrato”.

Ecco dunque nascere il neoprimitivo digitale, cacciatore di informazioni, installato nello spazio a dimensione quasi nulla della realtà intensiva, sviluppa le sue credenze esteticamente qualificate, adattandosi a vivere frammenti di vite surrogate e tentando di orientare il caos di informazioni attraverso collezioni, generi, liste.

Per Frazzetto l’elemento essenziale degli artisti nati dopo 1960 è l’accettazione del caos come condizione di partenza. Certo, Avanguardia storica e Neoavanguardia sostenevano che occorresse scatenare il caos per sbloccare la stasi artistica. Ma, sottolinea l’autore, “non è stata l’arte a portare al proprio livello la vita, è stata la vita a risucchiare l’arte”: un successo assai simile al fallimento.

Nel libro ci si interroga poi su cosa produca questa vita-arte facendo nascere il Nuovo Mondo Estetico, la realtà intensiva del multiverso del web 2.0 in cui ci muoviamo con le nostre identità multiple e in cui è difficile distinguere tempi e luoghi del lavoro, dell’intrattenimento, dell’emotività e della vita di relazione.

Il rutilante mondo della comunicazione (in cui dovrebbe prevalere la partecipazione) si rivela, a un’analisi approfondita come quella di Frazzetto, pieno di solitudine, condannato a una sorta di autismo di massa. Incazzati in pigiama si ritrovano sul web per costruirsi una pseudo-identità: ne sono prova i cento milioni di blog che nessuno legge. E questo anche se Frazzetto precisa che “l’autismo di massa non concerne la comunicazione, semmai l’espressione”.

Il libro ci introduce poi, con sapienza, nel mondo e-mmaginale, ossia dell’immaginario ai tempi del web, che mette insieme visualità-oralità-tattilità secondaria.

Il mondo, per esempio, del MMORPG, Massive Multiplayer Online Role Playng Game, a cominciare da quel World of Warcraft, o se preferite WoW, pubblicato alla fine del 2004 dalla Blizzard, con un’ambientazione fantasy “spruzzata di fantascienza”.

L’autore si è mescolato tra i performer, scoprendo che quanto avviene su WoW sembra fondato sulla volontà di non accettare il mondo per quello che è: non deve essere trascurata “la presenza di performer variamente invalidi o temporaneamente impossibilitati a una vita normale”.

Come sottolinea Frazzetto, “Chi interpreta un IDHE si trova simultaneamente in un luogo immaginario e generico e in un climax di localizzazione reale: è lui, quel dato Io, a compiere le azioni necessarie”.

E la lotta nell’IDHE è, a livello astratto, del Singolo contro il Collettivo, sia pure e-mmaginale. Un’autentica ribellione.

L’unica possibile, forse, agli abitanti del Nuovo mondo estetico. Torniamo per esempio ai perwitauthor: non limitatevi a identificarli con i protagonisti di reality e talent show che accettano “di volta in volta di diventare stereotipo o caso bizzarro, macchietta o Carattere”. La loro platea è molto più ampia. In una qualunque occasione pubblica (da un’incoronazione al battesimo della nipotina) si recita una parte. Soprattutto a proprio beneficio. Si recitano spontaneità, pretesa superiorità, bellezza, verità. Ossia, spiega l’autore, “tutto quanto la pressione inesauribile del Collettivo” ci ha insegnato fin dalla nascita “l’esibirsi, l’offrirsi come in un incommensurabile mercato”.

E qui, come in un colpo di scena, Frazzetto si chiede chi sia più consapevole, tra il performer e il perwiauthor, scoprendo che “Chi è coinvolto in un gioco ha una differente consapevolezza: in modo più o meno avvertito percepisce sempre la distanza fra il Sé che si costruisce e il Sé che, forse, era”.

La conclusione è che la ri-articolazione di un tessuto estetico per tutti e nessuno, l’immedesimarsi nella star del rock o nel campione di basket attraverso gesti come mimare il suonare la chitarra o la batteria o alzare le braccia simulando con la voce l’urlo della folla dopo aver centrato un cestino con una palla di carta, e ancora la pulsione per gli hobby che diventano prevalenti sul lavoro, i giochi di ruolo anche sul web, sono tutti, scrive Frazzetto, “manifesti movimenti dell’estrema modernità, del vivere molte vite e-mmaginalmente”.

Le molte vite che la realtà intensiva scaglia contro il Singolo, il quale tenta così di vivere la propria vita.

Per concludere Molte vite in multiversi è un libro “globale” che riesce a darci un’immagine finalmente più comprensibile di quella mucillagine – per richiamare un termine utilizzato per definire la società italiana in un recente rapporto del Censis – in cui ci muoviamo oggi, ricomponendo a uno a uno, minuziosamente, i frammenti di quel colossale e per certi versi spaventoso puzzle che è la realtà intensiva odierna.

[Testo base per la presentazione del libro alle Fabbriche Chiaramontane di Agrigento, 21 Maggio 2011].

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