Racconto astratto (Immaginario mediterraneo)

“Non ho niente da dire”, pensa, guardando il cielo annuvolato. Chissà se per distrarlo dalla sua malinconia, chissà se per spezzare la noia del percorso in autostrada, lei gli ha chiesto della mostra visitata nel pomeriggio. Niente da dire, pensa, intendendo “niente da raccontare”, cioè niente che valga la pena d’essere raccontato. Certo, sui quadri che hanno visto potrebbe dire molte parole qualsiasi, alcune perfino sensate, potrebbe perfino dire qualcosa a proposito della difficoltà o dell’impossibilità di dirne qualcosa. Di tali discorsi si è accontentato a lungo, con un’amara euforia, e anzi vi si è assuefatto, li ha ripetuti con la viziata fedeltà a un’abitudine; tuttavia ormai gliene appare l’usura, e li ricorda quasi con un senso di vergogna – chi sono, io, pensa, per avere il diritto di pronunciarli?

Si sorprende a pensare di potere però dire qualcosa a proposito della difficoltà o dell’impossibilità di dire la difficoltà o l’impossibilità di dire qualcosa, ma scaccia quest’inizio di regresso all’infinito, e ripensa a quando invece credeva d’avere fatti e perfino emozioni da raccontare. O, almeno, da saper nominare, con infantile e inutile onnipotenza. L’emozione dell’illimitato, ad esempio; o almeno quella del molteplice. Dell’indeterminato, di ciò che non può dirsi e neppure può tacersi, di ciò a cui quindi non si può che alludere, e sia pure attraverso un racconto astratto, che nulla sembra raccontare; dell’indefinibile e non razionalizzabile, sulla cui presenza si può sempre contare, e che quindi spinge a raccontare. Di ciò che non ha contorni, o meglio ha contorni d’una dimensione frazionaria, inquietante e/o rassicurante oggetto frattale della memoria, fumo, fiamma, costa frastagliata e mutevole per l’impeto incalcolabile del mare nauseante e fascinoso, rumore dell’informe massa d’acqua, bella noiseuse sempre sul punto di nascere e di far nascere mentre in essa si distrugge si consuma si rinnova. Si accorge d’aver unito, come spesso gli accade, il ricordo di un’immagine e quello di alcuni libri, d’aver mescolato i racconti di marinai filosofi e di misuratori del non misurabile con la nitidissima immagine di due elementi distinti ma indistinguibili che gli si presentò in una notte simile a tante altre, col mare e il cielo confusi all’orizzonte dall’assenza di luce, e col desiderio d’essere in un altro qualsiasi luogo, come sempre, come sempre, col desiderio d’andare via senza sapere per quale via. Forse quella notte era trascorsa sull’estrema punta della Sicilia, forse oltre l’indistinto di mare e cielo intuiva l’Africa, la cui vicinanza era ricordata dal caldo vento carico di sabbia; e forse s’era illuso per qualche ora d’essersi lasciato alle spalle le angosciose certezze elettroniche del suo presente, e aveva immaginato un altro presente, fatto d’una stoffa simile a quella del passato, eppure incommensurabilmente meno lacerata dal ringhiare collettivo della lotta di tutti contro tutti. Un altro presente, in un ideale Mediterraneo in cui ciascuno e tutti gli Altri potessero semplicemente essere. Ricorda quella notte, quindi anche il senso di falsità di quella sorta di idillio, impossibile bugia pietosa contrapposta al grottesco bazar globale dove ogni usanza si mescola con le altre distruggendo ogni usanza e mantenendone la distruzione, nel furibondo bazar globale di sospette e perfide contrattazioni in cui ciascuno è schiacciato nell’odio impaurito degli Altri.

Se fossi pittore forse avrei più chiarezza dell’indistinto, e saprei raccontare l’esistenza degli Altri senza mistificarla, pensa. E gli vengono in mente considerazioni ovvie che, chissà perché, gli sembrano nuovamente interessanti. Beninteso, pensa, tutta l’arte è astratta; anche quando intende riprodurre l’apparenza d’una cosa (antico esempio: di un letto), l’immagine dipinta non può che astrarre alcuni aspetti di quell’apparenza dai restanti; quindi, anche quando “somiglia” a una cosa, non è la stessa cosa. Constatazione davvero banale, su cui non gli pare valga la pena d’insistere. Tuttavia, pensa, l’immagine è l’immagine, è quel che è, è identica a sé stessa: in essa lampeggia il più manifesto e il più nascosto, la cosa stessa. D’altra parte, anche quando non è fatta per riprodurre l’apparenza di una cosa ma per somigliare soltanto a sé stessa, l’immagine dipinta rinvia sempre a un’altra cosa. Rinvia almeno a chi l’ha pensata e realizzata, forse addirittura gli somiglia. Insomma, anche quando non intende rinviare ad altro, l’immagine dipinta rinvia ad altro, e forse lo racconta; e anche quando intende raccontare, è sé stessa. È una, perciò è due.

Di conseguenza un’immagine autoriferita è meno seduttiva di una “somigliante”, perché vi si può vedere ciò che si vuole? O è più seduttiva – per lo stesso motivo? Ma si pente di questa domanda avventata. Gli appare poco opportuna la civetteria di riferirsi alla pittura che vuole somigliare solo a sé stessa parlando del suo apparente contrario, e si disapprova per aver ceduto alla tentazione del frammento. Eppure, pensa, il destino del pittore è appunto di non potersi spingere che fino alla realizzazione di frammenti d’una sfuggente completezza del visibile – “somigliante” o “inventato” che sia. Non sa se sia diverso il destino di chi usa altre forme di pensiero, e ricorda d’aver scritto, una volta, “la pittura astratta si pone l’identico compito della filosofia, cioè la rappresentazione dell’Idea”. Non è del tutto sicuro d’essere ancora d’accordo con questa frase, e anzi teme che la pittura, come qualsiasi altra forma di pensiero, non sia ormai più che una rappresentazione d’una rappresentazione, in un viziato regresso all’infinito. Le resta il ricorso al simbolo, o almeno all’allusione, a un racconto metaforico o metonimico? Ma per essa c’è ancora qualcosa di raccontabile, almeno il racconto autoriferito del proprio frammentarsi? Il colore forse può dirlo, nell’intangibile opacità dell’oro e nell’abbacinante farsi assenza del nero: il colore, cioè la superficie che si fa spazio nella luce, lo spazio che si fa luce nella superficie, nell’azzurro, nel bianco, nel vermiglio, nel ritmo e nell’asimmetria rappresi negli stacchi dei contorni e nella dilatazione delle trasparenze; il ritmo, cioè il transitorio, il fugace, il distinguibile fra gli indistinti, l’eterno rinvio all’immutabile per raccontarne le asimmetrie.

Ma al racconto sembra essere necessaria una durata, pensa, e ritiene non ozioso chiedersi per l’ennesima volta in che senso ci sia durata in un’immagine. Anzi, riterrebbe perfino opportuno interrogarsi su cosa debba intendersi per durata: il pieno fra due scansioni (quanto ci è concesso di più vicino all’eterno: oh, attimo fermati, sei bello – ma se ti fermassi davvero saresti orrendo), il percepibile fra due pause? O l’intervallo fra l’una volta e il per sempre? Qualcuno ancora spera nell’eterna durata delle opere, pensa, che mostrerebbero l’eterno e il (o nel) transitorio. Ma aveva ragione Sant’Elia: “Le case dureranno meno di noi”; anzi, quell’affermazione era timida, le cose durano meno di noi, e se eventualmente durano di più è perché per noi è venuta meno la durata. Siamo quelli di un ora inservibile e immediatamente sostituito dal poi, siamo quelli per cui è divenuto eternamente ripetuto il transitorio, siamo quelli a cui è negato ogni fermarsi a indugiare. Forse i presocratici, giudicandoci, avrebbero detto che in effetti non siamo: non stiamo, ancora più incerti e mutevoli dell’acrobata girovago di Rilke. Possiamo raccontare almeno questa negazione? Inscenare un teatrino sentimentale, sedendo angosciati dinanzi al sipario del nostro cuore? O possiamo raccontare la speranza disillusa di trovare un luogo in cui l’eterno e il transitorio possano incontrarsi senza sopraffarsi?

Bisognerebbe abbandonarsi, pensa, per afferrare l’occasione di quell’eventuale incontro, il kairos, il quasi niente, la pausa fra due pause. Un altro sé stesso in un altro tempo, ricorda, ha scritto che forse non siamo che il racconto di quell’abbandonarsi, di quel lasciarsi andare. Bisognerebbe essere disposti a sopportarne la malinconia, essere capaci d’attraversare l’angoscia di sentirsi incapaci d’attraversare la notte oscura; abbandonarsi, uscire da sé stessi in quello che Hölderlin chiamava tradimento sacro. E in quel vuoto fattosi pieno (battito di ciglia, ricordo del proprio vero nome, risveglio – sia pure fra le rovine) forse consisterebbe la bellezza, forse quel quasi niente sarebbe il suo mostrarsi o almeno il mostrarsi della sua possibilità paradossale.

Buffo, pensa, da anni non pronuncio o penso più questa parola. Bellezza. È ad essa che pensa il pittore, anche se come tutti nulla ne sa? Perché si affatica a inventare forme, o a ripercorrere quelle esistenti, se non perché spera di giungerle accanto, o di ritrovarla? E quella bellezza sarebbe solamente sua, o di chi Altro? Spera di giungervi sola mente, o attraverso una via di colori, cioè di sensazioni? Può darsi che quanto usualmente si definisce pittura astratta sia un tentativo di manifestare sensibilmente l’Idea d’un colore o d’un rapporto fra colori, e perciò possa riuscirle la bellezza: non ci sarebbe inevitabilmente, anche in quel bello chiuso nella propria indescrivibile finitezza, il rinvio a qualcosa d’altro, a un che di non finito e indefinibile? E quel qualcosa d’altro potrebbe anche essere il racconto del battito di ciglia in cui ci si riconosce uno riconoscendo allo stesso tempo la distanza e la vicinanza dagli Altri? O addirittura il racconto della distanza che unisce agli Altri, come la nitidissima immagine di due elementi distinti ma indistinguibili in una scura notte mediterranea può ricordare la possibilità di qualcosa di diverso dal grottesco aver sempre di fronte gli Altri senza poterli davvero distinguere, e perciò odiandoli nella falsa coscienza d’una rispettabile tolleranza o pietà, per mantenerli invece e confinarli nella vicinanza che separa, nella vicinanza che ci separa anche da noi stessi e ci occulta il nostro nome e il nostro racconto?

Pensa questo, o qualcosa del genere. Le carezza la guancia, anche se non sa quale sia il racconto di quel gesto, e le dice: “Non ho niente da dire, o almeno nulla che valga la pena d’essere detto”.

[Versione alternativa del testo per il catalogo della mostra Codice astratto, nell’ambito del festival Immaginario mediterraneo, a cura di Massimo Papa, Anfiteatro Romano di Siracusa, settembre 1991.

Fotografia del dipinto di Gianfranco Anastasio, Stella, 1989].

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