Valentina Di Miceli recensisce Artista sovrano

19 Settembre 2019 0 Di Giuseppe Frazzetto

In un’epoca come quella odierna, in cui i confini geografici e culturali vengono messi continuamente in discussione, modificati, ampliati, ri-semantizzati, il nuovo libro di Giuseppe Frazzetto Artista Sovrano. L’arte contemporanea come festa e mobilitazione risintonizza la posizione di un ideale navigatore nello sconfinato ‘Stato’ dell’Arte.

Quali i confini? Quale morfologia? Ma soprattutto da chi è governato?

L’intento dichiarato è contribuire alla ricostruzione di un impianto teorico adeguato alle problematiche in gran parte del tutto nuove con cui si confrontano oggi gli artisti. Di conseguenza, la perlustrazione puntuale sullo stato dell’arte contemporanea è svolta nella sua sostanziale ambivalenza tra pulsioni opposte e quesiti irrisolti, aperti, tra arte e vita, vita ed estetizzazione, specializzazione e autoreferenzialità.

Per Frazzetto si tratta di uno stato al tramonto, il Terzo stato dell’Arte, in cui tutti sono spinti a determinarsi immediatamente come soggettività estetiche attive. In altri termini, qualunque individuo tende a comportarsi come un produttore estetico, ovvero come un artista. Questa sindrome diffusa d’altra parte è solo un aspetto d’un fenomeno generalizzato, che di solito viene definito ‘disintermediazione’. La grande crisi delle entità di ‘mediazione’ (nel nostro caso gli artisti, per quanto possa apparire strana l’indicazione) produce dovunque un indebolimento e allo stesso tempo un irrigidimento delle strutture esistenti. In altri termini, il rapporto fra artisti e “sistema dell’arte” diventa squilibrato e conflittuale.

Qui l’immagine dell’artista sovrano e della sua rivoluzione (o meglio ‘rivolta’, intesa come sospensione del tempo storico) è subito affiancata e contrapposta a quella del suo doppio qualunque, del prosumer (producer/consumer), nel duplice legame tra arte come “sperata festa” (libera, sganciata da ogni presupposto e da qualsiasi finalità) e arte come “implicita mobilitazione” (ricerca oggettiva legata a un percorso ineluttabile tra il suo passato e il suo futuro).

Con l’evolversi delle culture, muta la nozione di opera d’arte e con essa la posizione di sovranità dell’artista. Sovrano o servo del sistema dell’arte? Al centro è il concetto di delega: “Bisognerebbe chiarire il nesso tra l’autonomia dell’artista e quella del sistema dell’arte […] Chiedendosi se sia l’artista, a regnare, delegando poi al sistema dell’arte il governo (la promozione e la vendita delle opere, la realizzazione di mostre, ecc) o se viceversa a regnare sia il sistema dell’arte, dettando le leggi sempre modificate a cui poi i singoli artisti devono adattarsi, concretizzandole in effettivo governo”.

Una lettura originale in cui si intrecciano diversi punti di vista: quello degli artisti e delle loro esperienze significative ed esemplari (dalla Abramovic a Duchamp, da Pippa Bacca a Banksy, da Kandinsky alla Woodman, ai situazionisti degli anni ‘60); e quello dei teorici, citati e approfonditi, come nel caso di Benjamin, depurato qui da letture superficiali e analizzato nella sua reale essenza. Dalla perdita dell’aureola di Baudelaire alla scomparsa dell’aura di Benjamin come rimedio all’estetizzazione della politica, dai concetti come Mashup life e Biopolitica, ai nessi tra arte e lavoro, tra anti-arte e M/Arte/ting, e bullismo culturale, l’argomentazione procede a ritmo incalzante, dentro e fuori lo Stato dell’arte, dentro e fuori la vita ponendoci delle domande apparentemente semplici, ma in realtà rivelatrici di un profondo cambiamento in atto.

Al centro delle argomentazioni, scandite in due parti sostanziali (Arte-Vita e Vita-Arte), è la nozione di traccia ripresa da Benjamin: “l’esistente è considerato territorio di una caccia le cui prede sono ristrutturazioni (montaggi) e decostruzioni reiterate. L’esistente è inteso come estraneità fatta diventare traccia”. La nozione di traccia (centrale in Benjamin, ma di cui spesso si sottovaluta l’importanza) è usata da Frazzetto come possibile chiave interpretativa delle ragioni del rapporto fra arte e vita, costantemente richiamato dalla produzione e dalle formulazioni teoriche dell’avanguardia, in particolare in Europa.

In una totale rivisitazione dell’arte e della storia dell’arte contemporanea, analizzata nella sua doppia essenza di festa e mobilitazione, l’autore solleva numerosi quesiti (spingendo il lettore a cercare le proprie risposte), smuovendo così le acque stantie di un regno che necessita di essere ricodificato in continuazione per non scadere nel banale e nell’ovvietà.

Tanto più urgente, questo procedimento di verifica e di nuova discussione, in quanto (come sostiene l’autore nelle conclusioni del libro) molti segnali indicano l’approssimarsi di cambiamenti che probabilmente renderanno obsoleta l’attuale “festa immobile” dell’arte mobilitata, mostrando ad esempio il sostanziale accademismo di molte proposte sedicenti innovative.

[Testo pubblicato su “Segno”, gennaio 2018. Nella foto Valentina Di Miceli ed Enzo Fiammetta, presentazione del libro a Villa Cattolica, Bagheria, il 15 Settembre 2017 (intervenne anche Valeria Li Vigni)].